Oltre il Campo: La Battaglia sui Diritti d'Immagine Che Sta Bloccando i Grandi Trasferimenti della Serie A nel 2026
C'è una trattativa che quasi nessuno racconta. Mentre i tifosi seguono con ansia gli aggiornamenti sui cartellini e gli stipendi, nelle stanze riservate degli studi legali di Milano, Torino e Roma si consuma una battaglia parallela, silenziosa e sempre più decisiva: quella sui diritti d'immagine. Nel 2026, questa clausola — un tempo considerata un dettaglio tecnico — è diventata il vero campo di battaglia del calciomercato italiano.
Cosa Sono i Diritti d'Immagine e Perché Contano Così Tanto
I diritti d'immagine regolano chi può sfruttare commercialmente il nome, il volto e la personalità di un calciatore. In linea generale, quando un giocatore firma per un club, cede una quota dei propri diritti d'immagine alla società, che può così utilizzarlo nelle campagne di marketing, nelle sponsorizzazioni e nelle attività commerciali legate al marchio del club. In cambio, il giocatore riceve spesso una percentuale dei proventi generati da queste attività, separata dallo stipendio sportivo.
Fino a qualche anno fa, questa era una questione relativamente semplice: il club otteneva una percentuale fissa (di solito tra il 50% e l'80% dei diritti) e il giocatore manteneva il resto. Oggi, nel contesto di un calcio sempre più globalizzato e di calciatori che sono diventati veri e propri brand personali con milioni di follower sui social media, la questione è enormemente più complessa.
Il Profilo del Nuovo Calciatore-Brand
La generazione di calciatori che oggi si trova nel pieno della carriera — quelli nati tra il 1996 e il 2003 — è cresciuta in un ecosistema digitale in cui l'identità personale e quella sportiva sono intrecciate in modo indissolubile. Un top player di questa generazione non è solo un calciatore: è un influencer con contratti di sponsorizzazione propri, una linea di abbigliamento, accordi con brand di videogiochi, partnership con aziende tecnologiche. Il suo valore commerciale esiste indipendentemente dalla maglia che indossa.
Questo cambiamento strutturale ha trasformato le negoziazioni sui diritti d'immagine in vere e proprie battaglie legali. I procuratori dei top player chiedono oggi clausole sempre più specifiche: limitazioni sull'uso dell'immagine del loro assistito per categorie di prodotto in concorrenza con i suoi sponsor personali, diritti di veto sulle campagne pubblicitarie del club, percentuali crescenti dei proventi commerciali al raggiungimento di determinati obiettivi di performance.
Come Juventus, Inter e Milan Stanno Rispondendo
I tre grandi club italiani hanno reagito a questa evoluzione con approcci parzialmente diversi, ma convergenti verso un modello contrattuale più flessibile e personalizzato.
La Juventus, tradizionalmente il club italiano più attento agli aspetti commerciali del calcio moderno, ha sviluppato negli ultimi due anni un sistema di contratti modulari in cui la quota dei diritti d'immagine ceduta al club può variare in funzione della notorietà internazionale del giocatore. Per un profilo di primo piano con una fanbase globale, la bianconera è disposta a scendere fino al 40% dei diritti, lasciando al calciatore una quota maggioritaria ma richiedendo in cambio una disponibilità esclusiva per determinate categorie di sponsor premium legati al brand Juventus.
L'Inter ha adottato un approccio più orientato alla co-gestione: invece di definire percentuali fisse, il club nerazzurro propone ai propri top player la creazione di joint venture commerciali per lo sfruttamento congiunto dell'immagine, con una governance condivisa sulle attività di marketing. Questo modello, mutuato da pratiche comuni nel mondo dello sport americano, ha il vantaggio di allineare gli interessi del club e del giocatore, riducendo i conflitti.
Il Milan, forte della sua brand identity globale rinnovata dopo gli anni difficili, sta invece puntando su un modello di "ecosistema commerciale" in cui il valore dell'associazione con il marchio rossonero viene presentato come un moltiplicatore del valore personale del giocatore, convincendo gli agenti che cedere una quota maggiore dei diritti d'immagine al club si traduce in un aumento netto del valore commerciale dell'atleta.
I Trasferimenti Che Sono Quasi Saltati per Questa Ragione
Fonti di settore, che hanno chiesto di mantenere l'anonimato, indicano che nell'ultimo anno almeno tre trattative di alto profilo coinvolgenti club di Serie A si sono prolungate di settimane — o sono state temporaneamente interrotte — proprio a causa di impasse sui diritti d'immagine. In un caso, il trasferimento di un centrocampista internazionale verso un club del Nord Italia sarebbe stato quasi definitivamente abbandonato dopo che il procuratore del giocatore aveva insistito per inserire una clausola di veto assoluto su qualsiasi campagna pubblicitaria del club che prevedesse l'accostamento del nome del suo assistito a un brand di scommesse sportive — categoria con cui il giocatore aveva un accordo personale esclusivo.
In un altro caso, la firma di un attaccante sudamericano sarebbe slittata di quasi tre settimane perché il club acquirente non accettava inizialmente la richiesta del giocatore di mantenere il controllo esclusivo sui diritti di sfruttamento della sua immagine nei mercati asiatici, dove il calciatore aveva costruito nel tempo una fanbase molto ampia e redditizia.
Le Implicazioni per il Futuro del Calciomercato Italiano
Questa evoluzione ha conseguenze profonde sulle strategie di mercato dei club italiani. I direttori sportivi non possono più limitarsi a negoziare cartellino e stipendio: devono coordinarsi con i dipartimenti legali e commerciali del club sin dalle prime fasi della trattativa, anticipando le richieste sui diritti d'immagine e preparando controproposte credibili.
I club che sapranno sviluppare modelli contrattuali flessibili e appetibili su questo fronte avranno un vantaggio competitivo reale nell'attrarre i profili di maggiore spessore internazionale. Quelli che continueranno a trattare i diritti d'immagine come un dettaglio secondario rischiano di perdere trattative decisive non per mancanza di risorse economiche, ma per inadeguatezza contrattuale.
Il Verdetto
Nel calcio del 2026, un club che vuole vincere la guerra del calciomercato deve prima vincere quella delle clausole: perché il campo di battaglia più importante non è più lo stadio, ma il contratto.